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Storia del caffè

Storia del caffè

Diverse sono le leggende legate alla nascita del caffè. La più radicata è anche quella più romantica, legata ad un pastore chiamato Kaldi portava a pascolare le capre in Etiopia. Un giorno queste incontrando una pianta di caffè cominciarono a mangiare le bacche e a masticarne le foglie. Arrivata la notte le capre anziché dormire si misero a vagabondare con energia e vivacità mai espressa prima. Vedendo questo il pastore ne capì la ragione e abbrustolì i semi della pianta come quelli mangiati dal suo gregge, poi li macinò e ne fece un’infusione, ottenendo il caffè.

Ce n’è una di leggenda infine che scomoda addirittura il profeta Maometto che sentendosi male, ebbe un giorno la visione dell’Arcangelo Gabriele che gli offriva una pozione nera, il caffè per l’appunto (come la Sacra Pietra della Mecca), creata da Allah, che gli permise poi di riprendersi e tornare in forze.

Verso la metà del XVI secolo iniziò ad essere tra i prodotti offerti nei primi locali pubblici (quelli che oggi chiameremo bar) nella magica città di Costantinopoli. Sbarcò poi agli inizi del 1600 a Venezia, da dove si diffuse a seguire in tutta Europa.

Storia del caffè

Parte del clero la considerava però la bevanda degli infedeli. Ma Papa Clemente VIII, famoso per la riforma dei costumi ecclesiastici, la battezzò per renderla in grazia cristiana per poi sentenziare: “E’ così squisita che sarebbe un peccato lasciarla bere esclusivamente agli infedeli”.

Durante l’Ottocento la bevanda, entrando anche nelle ricette dei maestri pasticceri, trovò il suo definitivo riconoscimento come elisir di piacere quotidiano. E negli stessi anni a Napoli, oramai sua patria del mondo occidentale, fece la sua comparsa il Caffettiere ambulante, un omino che girovagava per la città in lungo e in largo con due recipienti da bevanda, uno pieno di caffè e l’altro di latte, e con un cesto con tazze e zucchero.
All’alba, ogni giorno, la sua voce irrompeva nel silenzio con la frase “’O latte te l’aggio fatto roce roce. ‘O caffettiere cammina Nicò». Che tradotto è: “Il latte te l’ho preparato ben zuccherato. Il caffettiere cammina, Nicola!” La frase era la stessa tutti i giorni dell’anno, meno che per l’ultima parola. Il nome proprio posto alla fine. Che cambiava seguendo il santo del calendario. Il caffettiere quindi ricordava ai suoi clienti e non, il santo del giorno evitando a tanti una dimenticanza o evitando una brutta figura con il parente o l’amico da festeggiare. All’ombra del Vesuvio ricevere gli auguri per il proprio onomastico era importante come lo è tuttora.

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