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Quando il caffè era proibito e chi lo bannò

Storie di rivoluzioni, reazioni e caffè bannati nel corso della storia globale. Anche il chicco ne ha passate di tutti i colori.

Quando il caffè era proibito avvenne perché la sua fumante tazzina era considerata una grande minaccia. Così grande da meritare un divieto totale.

La storia del caffè è costellata di caffè bannati, non tanto da ragioni sanitarie, quanto da puro timore politico.

Il primo vero divieto nacque alla Mecca, nel 1511. I governatori lo temevano perché i ritrovi nelle nascenti caffetterie, divenute anche luoghi di discussione e dibattito, erano viste come focolai di pensieri ribelli e potenziali rovesciamenti politici.

Analogamente, nel XVII e XVIII secolo, i divieti si diffusero in Europa. In Svezia, il re Gustavo III proibì la bevanda nel 1746, arrivando persino a tentare esperimenti macabri sui condannati a morte, cercando di dimostrarne la tossicità. Il suo tentativo, ovviamente, fallì miseramente, ma il divieto rimase in vigore per decenni.

Il caso più celebre è quello della Prussia. Federico il Grande, nel 1777, emise un manifesto in cui lamentava il fatto che i suoi sudditi bevessero caffè invece della birra locale, preferendo la bevanda straniera ai prodotti domestici. Il suo divieto non mirava solo alla salute o alla politica, ma al protezionismo economico e al patriottismo.

Questi tentativi di proibizione ebbero ovunque lo stesso risultato.

Trasformarono il caffè in un simbolo di resistenza.

glasses-1052010_1920 10 03 23Le caffetterie divennero centri nevralgici per l’Illuminismo e per la diffusione di idee rivoluzionarie, dimostrando che non era il chicco a essere pericoloso, ma l’intelligenza critica che esso risvegliava.

Ogni divieto fallito non fece che rafforzare il ruolo del caffè come bevanda della libertà.

Speriamo vi abbia fatto piacere leggere quest’articolo su Quando il caffè era proibito.

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